La sanità USA apre al testamento biologico

Articolo pubblicato a pagina 7 de il manifesto

Continua a crescere il numero di Stati nordamericani che discutono di legalizzare eutanasia e suicidio assistito. Parallelamente torna in campo una proposta che ha già fatto discutere in passato.

Il programma sanitario federale, il «Medicare», ha recentemente proposto la possibilità di fatturazione per i medici che trascorrono del tempo a parlare con i pazienti delle cure che questi desidereranno ricevere nei loro ultimi giorni di vita.

Se fino a questo momento solo un numero ristretto di medici usava il proprio tempo per chiarire il significato della redazione delle direttive anticipate di trattamento, il cosiddetto testamento biologico, con questa proposta si potrebbe assistere all’aumento di quel dialogo sempre invocato tra medico e paziente. Con una proposta di legge popolare anche l’Associazione Luca Coscioni in Italia chiede, dal settembre 2013, una piena regolamentazione del testamento biologico che possa avere anche l’effetto di aumentare la fiducia in questo delicato rapporto.

Il programma proposto negli Usa permetterà ai pazienti di prenotare appuntamenti specifici per discutere delle cure di fine vita e, attraverso un rimborso da parte del «Medicare», incoraggerà i medici ad approfondite discussioni sul tema. Simili programmi non sono una novità: già oggi un medico può essere rimborsato con 30 $ per un colloquio con i pazienti che intendono smettere di fumare o che cercano una consulenza sull’obesità.

Il paradigma del medico americano è ancora molto simile a quello italiano: un buon medico è quello che, astenendosi dal cosiddetto accanimento terapeutico, ha come obietti-, vo il prolungamento della vita.

Un simile approccio materialistico, che vede il paziente come semplice essere biologico e che cerca di salvaguardarne a tutti i costi le funzioni vitali, si scontra con l’essere psicosomatico della persona umana. Due americani su tre spendono i loro ultimi giorni di vita in unità di terapia intensiva o in case di cura, eppure la maggior parte di loro preferirebbe morire in casa.

Le critiche al programma proposto non mancano, viene paventata soprattutto una deriva economicista che porterà i medici a spingere i pazienti verso la morte.

Dall’International Business Times risponde a questa obiezione Rena Conti, economista dell’Università di Chicago: «La chemioterapia genera introiti per i medici, cosa che non fanno le cure di fine vita».

Matteo Mainardi, Coordinatore campagna Eutanasia Legale