Un altro italiano in Svizzera per lasciarsi morire in pace

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Articolo di Tommaso Montesano pubblicato a pagina 18 di Libero

Lucio Vendramini, 54 anni, era malato di Sla: si è affidato a una clinica elvetica specializzata nel suicidio assistito. Da noi la proposta di legge sull’eutanasia, depositata con oltre 100mila firme, è ferma da tre anni.

A marzo era stata Susanna Zambruno Martignetti, una torinese di 56 anni, a scegliere di morire in Svizzera. Stanca di combattere, da 25 anni, con la sclerosi multipla. Lunedì scorso – ma si è saputo solo ieri – ha fatto lo stesso Lucio Vendramini, un operaio di 54 anni originario di Mansuè, in provincia di Treviso. La sclerosi laterale amiotrofica (Sla), di cui Lucio era malato da sei anni, lo aveva indebolito fino a stremarlo. Dopo averlo costretto, tre anni fa, a lasciare il lavoro di operaio in una ditta di arredi per bagno. Così Lucio, come Susanna, si è affidato a una clinica svizzera in cui l’«accompagnamento alla morte», proibito dalla legge italiana, è legale. Max Fanelli, invece, pure lui malato di Sla, non ci pensa proprio a morire in Svizzera: «Aggirare le leggi ingiuste significa contribuire all’imbarbarimento della società».

Max, che vive a Senigallia, è uno dei sostenitori della proposta di legge di iniziativa popolare numero 1582, sul «rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell’eutanasia», che giace alla Camera dei deputati dal 13 settembre 2013, giorno in cui i radicali dell’associazione Luca Coscioni, guidati da Marco Cappato, l’hanno depositata forti di oltre 100mila sottoscrizioni. Solo che da allora il testo di strada ne ha fatta pochina. «Solo una seduta, all’inizio di marzo, nelle commissioni Giustizia e Affari sociali. Il tempo per gli interventi dei due relatori e il seguito dell’esame è stato rinviato ad altra seduta», ricorda Matteo Mainardi, che coordina la campagna «Eutanasia legale» dell’associazione Luca Coscioni. Eppure la presidente della Camera, Laura Boldrini, aveva perfino ipotizzato di calendarizzare il testo per l’Aula in primavera. Iter bocciato dalla presidente della commissione Giustizia, la pd Donatella Ferranti.

Oltre a quella di iniziativa popolare, a Montecitorio giacciono sul tema altre cinque proposte di legge: due portano la firma di ex deputati del M5s – Mara Mucci ed Eleonora Bechis – una è di Michela Marzano, ex pd ora al gruppo Misto, la quarta e la quinta sono siglate rispettivamente da Marisa Nicchi (Sel) e Titti Di
Salvo (Pd). Tutte le proposte di legge sono ancora ferme ai nastri di partenza. Tra queste, quella che ha maggiori possibilità di andare avanti è la proposta di iniziativa popolare, sostenuta dall’appoggio di oltre 200 parlamentari di tutti gli schieramenti.

«A differenza dei testi di iniziativa parlamentare, che decadono con la fine della legislatura, quelli di origine popolare restano in vita, passando alla legislatura successiva», osserva Mainardi. Un modo per dire che, comunque vada da qui al 2018, la battaglia andrà avanti: «Noi puntiamo alla legalizzazione dell’eutanasia. Se non sarà in questa legislatura, siamo pronti a tornare alla carica nella prossima».

Il nodo è di natura tattica. A Montecitorio, in commissione Affari sociali, è in discussione, ma in uno stadio più avanzato, la proposta di legge sul testamento biologico. Il ciclo di audizioni è terminato e tra un paio di sedute si procederà alla stesura di un testo unificato che poi approderà in Aula. «Qualcosa uscirà…», prevede Mainardi. Il fronte favorevole alla discussione sul fine vita teme che mettendo troppa carne al fuoco ci sia il rischio di non portare a casa nulla. Da qui la scelta di «tenere separati i due temi».

Nel frattempo, l’associazione Luca Coscioni prosegue nella sua «azione di disobbedienza civile aiutando pubblicamente le persone malate che ci chiedono di andare in Svizzera». «Dal marzo 2015 a oggi», rivela Mainardi, «sono state 150 le persone che abbiamo aiutato. Gli abbiamo fornito tutte le informazioni sulle cliniche dove iniziare, in autonomia, un percorso con medici e psicologi. Un percorso che oggi in Italia è vietato». L’aiuto, spiega l’esponente radicale, consiste nel mettere i malati in contatto con la struttura sanitaria svizzera. «Gli diamo l’indirizzo, il numero di telefono, ma anche, in alcuni casi, un sostegno logistico».

Senza una legge, denuncia l’associazione Luca Coscioni, c’è l’abisso dell’eutanasia fai da te: secondo l’ultimo dato disponibile fornito dall’Istat, relativo al 2010, su poco più di 3mila suicidi all’anno, circa la metà hanno come movente la malattia. L’istituto di ricerche farmacologiche «Mario Negri», invece, ha rivelato che sono circa 20mila all’anno i casi di «eutanasia clandestina negli ospedali».