Ogni mese un lombardo va in Svizzera per uccidersi

Articolo di Andrea Gianni, pubblicato in prima pagina su IL GIORNO

Milano, effetto Fabo: in crescita le richieste alle cliniche oltreconfine. Due malate già pronte a partire

Marisa, nome di fantasia, ha scelto di porre fine alle sue sofferenze. Malata di Sclerosi laterale amiotrofica (Sla), ha ottenuto la “luce verde”, il via libera per il suicidio assistito nella clinica Dignitas a Forch, nei pressi di Zurigo. La stessa dove, il 27 febbraio 2017, morì Fabiano Antoniani, dj Fabo. Partirà da Brescia per l’ultimo viaggio, 367 chilometri in quattro ore abbondanti, fino alla città svizzera dove la “dolce morte” è legale. Giorgia, altro nome di fantasia, abita a Milano e a 74 anni ha scelto di terminare la vita nel centro Lifecircle Eternal Spirit di Basilea, dopo anni trascorsi a combattere contro un tumore. Sono le ultime due donne lombarde che si sono rivolte a Exit, Associazione Italiana per il Diritto a una Morte Dignitosa. «Da settembre 2017 una decina di lombardi si sono rivolti a noi perché hanno scelto di attivare le procedure per il suicidio assistito – spiega Emilio Coveri, presidente e fondatore dell`associazione – generalmente sono affetti da patologie terribili, noi forniamo informazioni sulla strada per ottenere una morte dignitosa in Svizzera. La Lombardia è una delle prima regioni in
Italia assieme a Piemonte e Lazio, e a Milano nel corso degli anni abbiamo registrato diversi casi. Noi diciamo loro di andare quando non ce la fanno più, quando non ci sono altre strade da percorrere».

Ogni mese, in media, un lombardo riceve assistenza da Exit. Senza contare le altre associazioni e le persone che si muovono in autonomia, trovando su intemet le informazioni e contattando le strutture svizzere che offrono la “dolce morte” in Italia illegale. Malati stanchi di lottare, uomini e donne, giovani e anziani. Una volta scelta la struttura oltreconfine, c’è una commissione medica che si riunisce e valuta caso per caso. E qui comincia l’iter per morire. Con un parere positivo, la “luce verde”, viene fissata una data in cui il malato terminale può recarsi nella struttura per dar corso alla sua ultima volontà. Quando la persona arriva deve sottoporsi a una nuova visita, in cui il medico, per legge, deve provare a dissuadere la persona dal suo proposito. Secondo i dati della Dignitas il 40% delle persone, dopo quel colloquio, desiste dal suo proposito e torna a casa. Un iter che costa circa 10mila euro tra visite mediche, certificato di morte del medico legale, ispezioni della polizia, pratiche burocratiche, cremazione, trasporto della salma. Da gennaio 2017 a oggi sono 77 gli italiani che si sono rivolti a Exit per il suicidio assistito in Svizzera. Un dato che aumenta anno dopo anno, anche sull’onda di casi saliti alla ribalta, come la morte di dj Fabo e il processo a Marco Cappato. Nei sei centri svizzeri si registrano in media 800 suicidi assistiti ogni anno. La maggior parte di stranieri, provenienti da Paesi dove l’eutanasia è illegale.

«Noi abbiamo pronta una bozza di progetto di legge sulle “disposizioni in materia di interruzione della sopravvivenza in condizioni fisiche terminali – prosegue Coveri – otto articoli per il diritto all’eutanasia e al suicidio assistito. Alcuni parlamentari sono pronti ad appoggiare la nostra battaglia». Si attende il responso della Corte Costituzionale sul reato di aiuto al suicidio, dopo che la Corte d’Assise di Milano ha rinviato gli atti alla Consulta nel processo a carico di Marco Cappato. «Sono 540 le persone che si sono rivolte a noi dal 2015 – spiega Matteo Mainardi, coordinatore della campagna per l’eutanasia legale dell’associazione Luca Coscioni – è il momento di una legge che tuteli il diritto dei malati terminali a una morte dignitosa, con il supporto di medici e psicologi». Malati come Marisa e Giorgia, che si preparano all’ultimo viaggio verso la Svizzera.