«Ferma da 40 anni, sono senza dignità» Oltre 700 sos all’associazione Coscioni

Articolo di Gigi Di Fiore pubblicato alle pagine 2 e 3 de IL MATTINO

In quattro anni, le richieste di aiuto o di semplici informazioni sono arrivate a 761. Dalla vicenda di Piergiorgio Welby, l’associazione «Luca Coscioni» è diventata un osservatorio e un riferimento per centinaia e centinaia di persone che vedono nell’eutanasia la loro unica scelta. E i casi delle sofferenze sono davvero numerosi, raccontano di disperazioni, patologie incurabili, immobilità, progressivo spegnersi di energie e annullamento psicofisico.

LE MAIL
Dal 2002, l’associazione «Luca Coscioni» ha fatto da riferimento per la cosiddetta «disobbedienza civile». Matteo Mainardi è uno dei componenti della giunta dell’associazione ed esamina tutte le mail che arrivano in sede. Dice: «Dal marzo 2015 abbiamo ricevuto centinaia e centinaia di richieste di informazioni. Ne abbiamo aiutati tanti, rischiando, perché per l’articolo 580 del codice penale anche dare notizie su come è possibile scegliere la fine della vita viene considerato istigazione al suicidio». Dei 761 che si sono rivolti alla «Luca Coscioni», in 115 hanno poi deciso di andare avanti con il loro proposito. Tutti con una storia senza speranze né ragioni per continuare a vivere. Nadia è caduta dal balcone di casa, subendo una grave lesione spinale. A soli 50 anni, si riempie di farmaci, ormai immobilizzata. Ogni tre mesi è costretta a continue iniezioni di tossina botulinica. «In estrema lucidità voglio mettere fine alle mie sofferenze psico-fisiche» ha scritto.

Sono le progressive malattie neurovegetative a terrorizzare di più, quello spegnersi continuo del controllo del proprio corpo, della propria volontà. A 34 anni, Ivano scrive: «Vivo nell’angoscia, il corpo mi abbandona progressivamente e a breve non riuscirà più a comunicare mentre sono lucidissimo». Giuseppe a 35 anni è malato di Sla. Un decorso veloce, che gli ha già tolto la capacità di parlare. «Voglio sapere di più sul fine vita, capire quali opzioni sono possibili» ha scritto.

SENZA PAROLE
Paola si scusa per la scrittura, ma è costretta a usare quella vocale. È paralizzata dopo un incidente stradale, non può usare gambe né mani e non è autosufficiente. «Sono decisa ad intraprendere una strada senza ritorno, ma vorrei capire bene le procedure da seguire». Decisione, volontà di farla finita senza alcuna esitazione. Spiega Matteo Mainardi: «Nel 2013 venne presentata una proposta di legge di iniziativa popolare. Diamo informazioni e già siamo nel reato dell’articolo 580, ma è la disobbedienza civile iniziata da Marco Cappato. L’associazione promuove però anche la ricerca scientifica e fa assistenza alle disabilità».

L’associazione ha tremila iscritti più una serie di volontari. Vive di contributi e del ricavato del 5 per mille. Sono naturalmente i tanti che vorrebbero mettere fine alla vita, per un male non più sopportabile e su cui nessun medico ha dato speranze di guarigione, a rivolgersi in maggioranza all’associazione. Gente di tutte le età, giovani come anziani.

I FIGLI SCRIVONO
«Mia madre ha 86 anni e, pur essendo lucidissima di testa, è ogni giorno più immobile per una serie di ictus cerebrali iniziati a soli 46 anni. Non sopporta più questa perdita di dignità» scrive Marta. Descrive le tante badanti che ha dovuto avvicendare per assistere la madre, in una vita che per la mamma diventa sempre più da vegetale. E aggiunge: «Vorrei capire se, acconsentendo ad una sua richiesta di portarla in una clinica svizzera, potrei trovarmi a gestire una situazione ancora più difficile finendo anche in tribunale».

È uno scenario di disperazione, più diffusa di quanto si possa pensare. Anche Daniele scrive a nome del padre 64enne, malato di parkinsonismo atipico. Ricoverato in ospedale, incapace di deglutire farmaci e cibo, con un sondino naso gastrico che l`aiutava non ha retto a quella condizione. Daniele racconta: «Mio padre ha deciso di tornare a casa, rifiutando qualsiasi trattamento perché i dolori che ha in tutto il corpo non diminuiscono coi farmaci e sono per lui insopportabili. Chiediamo se è possibile avere altre possibilità rispetto al vederlo morire di fame tra dolori atroci».

Dilemma atroce, ma la vita fatta di sola sofferenza sembra diventare una condanna in tante di queste storie. Brunilda è un’avvocatessa, in pensione da tre anni, ha la Sla diagnosticata solo due anni fa, ma gli arti inferiori e le braccia sono già paralizzati. Scrive decisa: «Non escludo ormai la soluzione svizzera, perché non ho nessuna intenzione di finire bloccata in un letto in attesa di una crisi definitiva». È lo scenario in cui si è inserita la decisione della Consulta.