La dignità del fine vita

La dignità del fine vita

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Articolo di Checchino Antonini pubblicato da pagina 26 a pagina 28 di LEFT

Mentre in Italia la Consulta si pronuncia su Marco Cappato che ha assistito nella morte in Svizzera Dj Fabo, e la Cei attacca chi chiede una legge sull’eutanasia legale, si estende nel mondo il diritto per i malati terminali a scegliere di morire in modo dignitoso.

Sono ben piantate nel codice Rocco le radici dell’italico approccio ai temi del fine vita. Radici clerico-fasciste visto che l’autore del codice penale del 1931 è considerato l'”architetto” dello Stato fascista e che l’articolo 580 prevede durissime condanne per chi collabora a un’eutanasia. E’ proprio su questo che la Corte costituzionale dovrà esprimersi il 24 settembre partendo dal caso di Marco Cappato che ha assistito nella morte in Svizzera Fabiano Antoniani (Dj Fabo) e ora rischia da 5 a 12 anni di carcere. Il cardinal Bassetti, capo della Cei – davanti a una platea di associazioni come Provita e politici come Gasparri e Pillon – ha ammonito i giudici a non decidere per l’incostituzionalità del 580: «Vivere è un dovere, anche per chi è malato e sofferente». Ed è tornato a chiedere a Palazzo Chigi di modificare la legge del 2017 sul testamento biologico per chiudere, come vorrebbe anche la Lega, ogni spazio di scelta individuale. «Dopo l’ordinanza della Corte costituzionale, la Camera ha avviato un confronto che non ha avuto alcuno sbocco, anche a causa delle tensioni interne alla maggioranza dell’epoca», spiega a Left Monica Cirinnà, senatrice Pd, di fronte al pressing della Cei recepito, invece, dal capogruppo alla Camera del suo partito, Graziano Delrio. «L’Italia ha fatto sicuramente un passo avanti nel 2017 con la legge sul testamento biologico che, oltre ad aver riconosciuto il valore giuridico delle disposizioni anticipate di trattamento, prevede anche il consenso informato e questo consente che persone nelle condizioni di Piergiorgio Welby, coscienti ma attaccati a una macchina, possano essere accompagnati alla morte con la redazione profonda e le cure palliativo», dice a Left Matteo Mainardi, coordinatore della campagna Eutanasia legale, per il quale il «dato politico» è che, se è vero che la Lega ha bloccato il dibattito nelle commissioni, il Parlamento è muto dal 2013 da quando è stata presentata la legge di iniziativa popolare. «La maggioranza attuale c’era anche prima – ricorda Mainardi – volendo, M5s e Pd avrebbero potuto agire anche in Commissione, ma questo non si è voluto fare e la Corte dovrà decidere, il 24, senza alcuna indicazione parlamentare».

«Dobbiamo essere consapevoli – riprende Cirinnà – che questo pressing è determinato in larga parte dalla speranza di ottenere un ulteriore rinvio da parte della Corte. L’ordinanza del 2018 afferma molto chiaramente che la mancata disciplina dell’aiuto medico a morire su richiesta di pazienti capaci di prendere decisioni libere e consapevoli e affetti da patologie irreversibili, fonte di sofferenze intollerabili, è incostituzionale. C’è dunque il timore che la decisione della Corte, come spesso è accaduto anche in passato, vada più avanti di quanto alcune forze politiche sono disposte a tollerare. Dobbiamo essere pronti alla decisione della Corte. Per questo ho depositato un disegno di legge che ricalca quasi testualmente quelle richieste. Senza ideologia e in punta di diritto: il Parlamento non si fa arbitro della vita e della morte, ma interviene per consentire a chi già sta morendo di poterlo fare in modo “corrispondente alla propria visione della dignità del morire” (così l’ordinanza n. 207/2018 della Corte costituzionale, ndr)».

La vicenda italiana richiama per molti aspetti quella canadese, alla quale probabilmente anche la Corte costituzionale si è ispirata nel cercare un dialogo con il legislatore. In Canada, dopo la decisione del 2015 sul caso Carter, con la quale è stata dichiarata l’incostituzionalità del divieto generalizzato di suicidio assistito, si è giunti ad un modello di disciplina dell’aiuto medico. Per misurare il grado di libertà di cui gode, in ciascun Paese, una persona nel decidere come deve finire la sua vita, Andrea Boggio, assistant professor di Scienze Legali alla Bryant University (Usa) ha elaborato un “indice di libertà” identificando le decisioni chiave che esprimono la libertà di richiedere l’esecuzione dell’eutanasia attiva o che l’eutanasia passiva venga eseguita, di essere assistiti nel suicidio o di rifiutare il trattamento o, infine, di emanare direttive specifiche che in futuro vincoleranno i professionisti della sanità. L’Italia col 40% di risposte positive a quelle domande, è nella fascia intermedia nella mappa presentata ad aprile 2018 al Congresso mondiale per la libertà di ricerca scientifica organizzato dall’associazione Luca Coscioni.

Olanda e Svizzera sono i casi più noti, e il Belgio è considerato forse il più liberale, ma molte altre giurisdizioni consentono qualche forma di eutanasia o suicidio assistito. Nei Paesi Bassi sia l’eutanasia che il suicidio assistito sono legali se il paziente affronta sofferenze insopportabili e non ci sono prospettive di miglioramento. Chiunque a partire dai 12 anni può richiederlo, ma è necessario il consenso dei genitori per chi ha meno di 16 anni. Ci sono una serie di controlli e bilanciamenti, tra cui il fatto che i medici devono consultare almeno un altro medico indipendente per verificare se la richiesta soddisfa i criteri necessari. Anche Belgio, Lussemburgo, Canada e Colombia consentono sia l’eutanasia che il suicidio assistito. Il suicidio assistito è più ampiamente disponibile rispetto all’eutanasia: è previsto in Svizzera, California, Colorado, Hawaii, New Jersey, Oregon, Vermont, Washington State, District of Columbia e da pochi mesi nello stato australiano di Vittoria. La Nuova Zelanda, sta valutando la possibilità di legalizzare una qualche forma di eutanasia.

Nel 1936 il capo dei medici di Buckingham Palace somministrò una dose letale di cocaina e morfina sull’agonizzante Giorgio V ma nel Regno Unito l’eutanasia, equiparata all’omicidio, e il suicidio assistito, per il quale si rischiano 14 anni, sono ancora illegali. Eppure, un sondaggio condotto dal National centre for social research per la Campagna Mdmd (My death, my decision) ha rilevato che il 93% dei britannici approva o non esclude il suicidio assistito da un medico se la persona è malato terminale. Nel Regno Unito è già legale che i pazienti rifiutino il trattamento e che i medici ritirino le cure mediche quando un paziente versa in stato vegetativo.

Il British social attitudes survey del 2017, un rapporto della più importante agenzia di ricerca indipendente del Regno Unito, spiega che il 78% è favorevole al suicidio assistito da un medico e, dopo molti anni di ostracismo, quest’anno il Royal college of physicians ha spostato la sua posizione per diventare neutrale sull’argomento a seguito di un sondaggio su 7mila medici ospedalieri britannici in cui il 43,4% si è dichiarato contrario e il 31,6% a favore del suicidio assistito. Il Royal college of general practitioners, una sorta di ordine dei medici di medicina generale, ha annunciato che inizierà una consultazione tra i suoi membri. Nei Paesi Bassi, un sondaggio su quasi 1.500 medici nel 2015 ha rilevato che più del 90% dei medici di base e l’87% dei geriatri sostiene l’approccio olandese.

Le cifre della Svizzera mostrano che il numero di persone che hanno subito un suicidio assistito è passato da 187 nel 2003 a 965 nel 2015. Secondo la Commissione regionale di controllo eutanasia (Rte) del 2017, in Olanda ci sono stati 6.585 casi di eutanasia volontaria o di suicidio assistito – il 4,4% del totale dei decessi. Circa il 96% dei casi ha riguardato l’eutanasia e la maggior parte dei casi ha coinvolto persone con cancro. Secondo le statistiche di Dignitas, una Ong elvetica, nel 2018, 221 persone si sono recate in Svizzera per questo scopo, 87 dalla Germania, 31 dalla Francia e 24 dal Regno Unito. Interpellata dal Guardian, Agnes van der Heide, docente di Processi decisionali e cura del fine vita all’Erasmus university medical center di Rotterdam, riconosce che un sistema in cui l’eutanasia è un’opzione dovrebbe essere monitorato perché in linea di principio comporta il rischio che la vita delle persone vulnerabili sia considerata «meno meritevole o più incline all’assistenza medica nel morire».

Anche la Francia è un posto in cui si muore male. A maggio il Paese è stato scosso dal caso di Vincent Lambert quando, all’ospedale di Reims, è stata avviata la procedura su decisione del Consiglio di Stato per lo stop delle cure al 42enne tetraplegico in stato vegetativo da dieci anni dopo un incidente stradale. La moglie di Lambert, suo nipote e sei fratelli hanno accettato la decisione dei medici mentre i genitori, ferventi cattolici, si sono opposti. «È ormai chiaro che i francesi sono pronti a legalizzare l’eutanasia», ha detto Jean-Luc Romero-Michel, presidente di Admd, Association pour le droit de mourir dans la dignité, aprendo il 14 settembre il congresso di un’associazione francese che conta ben 72mila aderenti. Forte di un sondaggio Ifop che registra un consenso del 96% per le pratiche di un fine vita dignitoso, Admd denuncia l’urgenza di rendere le direttive preliminari realmente applicabili e vincolanti sottraendole alla discrezionalità dei medici.