La morte ci fa paura, ma non è negandola che vivremo meglio. [Intervista a Matteo Mainardi dell’Ass. Luca Coscioni]

Articolo di Valentino De Luca pubblicato su Radio Città Aperta

Mai come in queste settimane siamo entrati in contatto con la morte.
Il quotidiano collegamento con il Dipartimento della Protezione Civile alle ore 18, nuova messa laica, ci ha reso familiari con i numeri che parlano di centinaia, migliaia di morti ogni giorno in tutto il territorio nazionale (sebbene non con la medesima ripartizione geografica).

La morte come non l’abbiamo mai vista, che arriva dall’invisibile, dall’infinitamente piccolo,  da ciò che non conosciamo e che ci trova impotenti, rinchiusi ognuno nella propria casa con la paura del prossimo. Sarà lui/lei a darmi la morte con le sue goccioline?

Ma sono numeri che ci obbligano anche a ragionare di corpi, di età, di malattie pregresse, di carne viva con una freddezza e una lucidità che raramente ci contraddistingue quando siamo in salute e liberi di spostarci.

Eppure, prima che tutto questo cominciasse la morte aveva fatto capolino nel dibattito pubblico solamente quando si presentava sotto forma di vita al limite del sostenibile.
E’ stato il caso della recente polemica per il caso di DJ Fabo, al secolo Fabiano Antoniani, rimasto cieco e tetraplegico dopo un incidente automobilistico, il quale venne accompagnato nel febbraio 2017  dall’attivista dell’Associazione Luca Coscioni  Marco Cappato in Svizzera affinché gli venisse somministrata l’eutanasia.

Cappato finì sotto processo secondo il codice penale italiano che punisce l’assistenza al suicidio, ma il 23 dicembre 2019 i Giudici della Suprema Corte d’Assise l’avevano assolto perché “il fatto non sussiste”, aprendo di fatto la strada al suicidio assistito.
I magistrati, nelle motivazioni della sentenza, avevano da una parte accertato che Fabiano avesse volontariamente espresso la chiara volontà di porre termine alla propria vita, dall’altra avevano invocato in materia “un indispensabile intervento del legislatore”.

Anni prima c’era stato il caso di Piergiorgio Welby, militante del Partito Radicale che rimasto quasi  totalmente paralizzato a causa di una distrofia muscolare, morì nel 2006 a seguito del distacco del respiratore che lo teneva in vita (per tale motivo il Vicariato di Roma non concesse il funerale religioso).
In quel caso il medico che aveva staccato il respiratore artificiale venne processato e assolto in base all’art.  51 del codice penale, che prevede la non punibilità per il medico che dà seguito alle richieste del malato, compresa quella di rifiutare le terapie.

Prima ancora il caso di Eluana Englaro, la ragazza che , 20enne nel 1992,  ebbe un grave incidente stradale a seguito del quale cadde in uno stato vegetativo permanente.
Fu il vero apripista del dibattito in questo Paese e, more solito, vide schierarsi sostenitori e contrari all’ eutanasia, con atteggiamenti alquanto folkloristici da parte di questi ultimi il giorno che Eluana venne trasportata in ambulanza da Lecco ad Udine affinchè le venisse sospesa l’alimentazione artificiale, unica a mantenerla in vita. (uno folla fuori alla clinica di Lecco urlava:”Eluana sveglia” e l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dichiarò in quei giorni che Eluana poteva ancora avere dei figli . Il regista Marco Bellocchio da quella storia trasse ispirazione per il film La bella addormentata).

Da quando l’Uomo decise di rendere omaggio in diverse forme ai propri defunti, la morte, il pensiero della fine di tutto lo ha talmente annichilito da trasformare tale termine naturale in un passaggio, addolcendo un’inaccettabile conclusione con una più consolatoria transizione verso gioie metafisiche di contemplazione divina.
Altre volte, ma dobbiamo attendere qualche millennio, lo spingeranno con maggior impegno nell’aiuto laico del prossimo in nome di una comune fratellanza scevra di ogni forma di ricompensa in un ipotetico aldilà.
Come la si veda, la Morte naturalmente incute paura perchè ci costringe a fare i conti con la nostra finitezza e tutto sommato la nostra miseria.
Ma negare il naturale avvento di quella che il Santo di Assisi chiamava sorella per non confrontarsi con la nostra paura del Nulla o, peggio ancora, utilizzarla in chiave religiosa per asservire l’esistenza dei vivi è veramente misero servigio reso nei confronti del grande Ignoto che è in Noi.

Proprio per questo, in un paese fortemente caratterizzato dalla religione come il nostro, l’approvazione della legge sul fine vita, entrata in vigore a gennaio 2018, deve essere apprezzata e difesa come una conquista preziosa perchè il percorso della sua realizzazione è lastricata con il sacrificio e la sofferenza di migliaia di famiglie.

P:S. In Italia non è legale l’eutanasia (somministrazione diretta di un farmaco al paziente da parte del medico per porre termine alla sua esistenza).
Per il suicidio assistito come detto si è pronunciata la Suprema Corte con il caso Cappato.
Per il fine vita invece bisogna compilare presso il proprio Comune le DAT (Disposizioni Anticipate di Trattamento), ovvero il nostro testamento biologico in cui diciamo come vogliamo o non vogliamo essere curati in caso di malattia grave e situazione fortemente invalidante.

Per approfondire meglio questi temi delicati, ma che ci riguardano tutti e definiscono il grado di civiltà e di maturità del nostro popolo verso  l’esperienza più totalizzante della nostra esistenza ovvero il confronto con la malattia ho invitato a “L’Ottavo Giorno“, la trasmissione di approfondimento di RCA Matteo Mainardi, Coordinatore nazionale della Campagna Eutanasia Legale dell’Associazione Luca Coscioni.

Sentite l’intervista (cliccate qui, ndr), buon ascolto.